“Mi chiama con un filo di voce, e per un attimo il suo sguardo sembra tornare quello di una volta, mi sorride, ma poi il suo volto si fa confuso. Non ricorda chi sono ‘Mamma, sono io’, le sussurro accarezzandole la mano, ogni giorno mi chiedo se rifarei la stessa scelta, ogni giorno mi rispondo di sì ma ogni giorno mi pesa un po’ di più.”
È così che inizia questa storia, una storia vera, fatta di scelte difficili, di amore incondizionato e di quei momenti in cui la vita ti mette davanti a un bivio che non avevi mai previsto.
Non si tratta di eroismo, né di rinunce: si tratta di amore, un amore che diventa impegno, che diventa decisione, una storia come tante, eppure troppo poco raccontata.
Indice dei contenuti
- Una donna che vuole conciliare carriera e cura dei genitori
- L’arrivo della malattia
- La difficoltà di conciliare carriera e la cura dei genitori
- Il peso della doppia responsabilità
- Anni pieni d’amore, prima dell’addio
- Il ritorno al lavoro: un nuovo inizio tra difficoltà e dignità
- Perché conciliare carriera e cura dei genitori va riconosciuto
- Conclusioni
Una donna che vuole conciliare carriera e cura dei genitori
Quella che stai leggendo è la storia vera di Paola, una donna lavoratrice che deve conciliare carriera e cura dei genitori.
Non è sposata e non ha figli, vive ancora in famiglia, accanto ai suoi genitori, al fratello e ai nipoti, la sua quotidianità, come quella di tante altre donne, è un equilibrio fragile tra lavoro, doveri e affetti.
Quando la malattia ha bussato alla porta di casa, sotto forma di Alzheimer, ha capito che qualcosa doveva cambiare.
Non si parla mai abbastanza di chi, pur non essendo madre, si trova a ricoprire il ruolo di caregiver, di chi si prende cura, ogni giorno, di chi ama, non è un sacrificio, anche se il mondo lo legge così.
È una scelta, faticosa, piena di contraddizioni, ma profondamente umana.
Per qualche settimana i mass media hanno portato l’attenzione sul tema grazie a una canzone di Cristicchi a San Remo, che con Quando sarai piccola ha messo in musica la delicatezza del racconto della malattia della madre. Ma passata la frenesia sanremese, si è smesso di parlare di un argomento che tocca tante famiglie e tante lavoratrici.
L’arrivo della malattia
La malattia ha cominciato a farsi sentire piano, in silenzio: piccole dimenticanze, gesti confusi, frasi sospese, a poco a poco, ha iniziato a inghiottire il presente, lasciando solo frammenti sparsi di lucidità.
Paola ha provato a gestire tutto: il lavoro a tempo pieno, la casa, la famiglia, ma il tempo – quello sì – sembrava sempre troppo poco.
Non era semplice, al lavoro, il pensiero correva costante a casa, a come stava la mamma, se fosse tranquilla, se avesse bisogno; a casa, invece, si faceva largo il senso di colpa per non riuscire a portare a termine tutte le attività che il suo ruolo professionale richiedeva.
Allora ha deciso di chiedere il part-time, sperando di riuscire a conciliare la carriera e la cura dei genitori, un equilibrio tra la cura della madre e le responsabilità professionali. E non solo, perchè insieme a lei e ai suoi genitori abitavano anche suo fratello e i suoi 2 nipoti, la cui madre li ha lasciati che avevano 4 e 6 anni e oggi ne hanno 16 e 18. Paola ha dovuto conciliare anche le esigenze dei nipoti, in un equilibrio già complicato. Questi ragazzi hanno vissuto tutto il periodo di malattia della nonna, che li ha portati a una maturità emotiva molto prima dei loro coetanei.
Anche Daniela Caraffini ha scritto un romanzo dal titolo Iana. Nata a Manerba, finita a Gambara in cui racconta la storia della sua famiglia in cui la madre è stata colpita da Alzaimer. Un romanzo molto bello che mi ha toccato molto, forse perchè si svolge in un tessuto sociale e in un territorio che conosco molto bene e in cui vivo.
In questo tessuto sociale che racconta Daniela Caraffini, riconosco, purtroppo, anche i pregiudizi dei piccoli paesi, quelli che hanno influito anche sulla vita di Paola. Oltre al dolore, alla stanchezza e alle difficoltà quotidiane, Paola e la sua famiglia hanno dovuto affrontare anche un altro ostacolo: lo sguardo degli altri. Vivere in un piccolo paese ha molti vantaggi — il senso di comunità, la vicinanza umana — ma a volte può diventare una lente distorta, capace di trasformare la fragilità in vergogna, la malattia in disgrazia.
Quando la madre ha cominciato a mostrare i primi segni dell’Alzheimer, molte persone attorno a loro hanno reagito con pietà, con frasi di circostanza, o peggio ancora, con silenzi e sguardi evitanti. C’era chi abbassava la voce nel parlarne, come se il morbo di Alzheimer fosse una colpa o una maledizione da tenere nascosta.
Paola ricorda bene quei momenti. Ricorda le visite che si diradavano, le domande scomode mascherate da curiosità, i giudizi non richiesti su come “avrebbero dovuto fare”. Ma soprattutto ricorda come lei e la sua famiglia abbiano scelto un’altra strada: vivere quella malattia alla luce del sole, con dignità, amore e rispetto. Senza vergogna, senza paura.
Non hanno mai considerato la malattia della madre una “disgrazia”. Mai. Era una donna forte, viva, anche quando la memoria la abbandonava. E meritava tutto: presenza, cura, pazienza. Anche quando il mondo intorno sembrava girare lo sguardo altrove.
Questo contesto sociale ha reso ancora più difficile conciliare carriera e genitori, perché oltre alla fatica fisica e mentale, Paola ha dovuto portare anche il peso di una percezione esterna che non le apparteneva. Ma ha scelto di ascoltare solo ciò che contava davvero: la voce del cuore, e quella fragile voce della mamma, che le chiedeva semplicemente presenza.
La difficoltà di conciliare carriera e la cura dei genitori
Paola pensava che bastasse ridurre l’orario per ritrovare un po’ di equilibrio, ma conciliare carriera e cura dei genitori, con una madre indebolita e il lavoro che non rallenta, non è solo una questione di orari, è una questione di presenza mentale, emotiva, fisica.
Paola cominciava a sentirsi spezzata in due, era come vivere sempre a metà, con il cuore diviso in due luoghi diversi.

Nel frattempo il lavoro continuava a bussare, insistente, scadenze, obiettivi, pressioni quotidiane, la gestione di tutto diventava sempre più faticosa, online è possibile trovare dei piccoli aiuti o consigli.
Il peso della doppia responsabilità
Dopo anni vissuti così, Paola ha capito che non poteva più continuare a inseguire tutto, nonostante i consigli o le esperienze di altre persone nella medesima situazione, trovare il giusto metodo è difficile, la madre aveva sempre più bisogno di presenza, di gesti lenti, di parole dette con calma, aveva bisogno di qualcuno che ci fosse davvero, ed è stato in quel momento che Paola ha deciso: si sarebbe licenziata, avrebbe lasciato il lavoro per dedicarsi completamente alla cura della mamma.
Non è stata una scelta leggera, l’ha presa con il cuore pesante, consapevole delle conseguenze.
Niente più stipendio fisso, nessuna certezza, consapevole che avrebbe dovuto pesare sul bilancio della famiglia dei genitori e del fratello con cui viveva, ma aveva la sensazione forte – e profonda – che fosse la cosa giusta da fare.
Anni pieni d’amore, prima dell’addio
Nei giorni successivi al licenziamento, Paola aveva cominciato a notare che la mamma peggiorava rapidamente, la lucidità, già fragile, si stava perdendo a vista d’occhio, i risvegli erano confusi, le parole sempre più rare, gli occhi, però, restavano uno specchio sincero: in certi momenti sembravano riconoscerla ancora, come se il cuore sapesse dove la mente non arrivava più.

Paola ha potuto accompagnarla fino alla fine, ha ripreso gesti che da tempo non faceva più con calma: pettinarle i capelli, leggere ad alta voce le pagine di un libro, accarezzarle le mani screpolate, cantarle le canzoni che da bambina la mamma le sussurrava per addormentarla.
Le ha raccontato i ricordi belli, anche quelli lontani, nella speranza che uno di essi potesse accendere una piccola scintilla di memoria.
Sono stati giorni intensi, a tratti durissimi, ma profondamente autentici niente più orari da rispettare, solo il tempo scandito da un respiro dopo l’altro.
Dopo solo un mese da quella scelta di licenziarsi, la mamma se n’è andata in silenzio, con la stessa delicatezza con cui era entrata nella malattia.
Quel mese è stato tutto, un tempo breve, sì, ma così denso di emozioni, parole, silenzi colmi, mani intrecciate, un mese che valeva più di anni interi vissuti di corsa, un mese pieno di amore, di cura, di presenza.
Per Paola è stato il dono più grande: sapere di averla accompagnata fino in fondo, con amore, con dignità, con presenza piena, anche se il dolore era immenso, era diverso dal senso di colpa perché sapeva di aver fatto tutto ciò che poteva, con tutto il cuore.
Il ritorno al lavoro: un nuovo inizio tra difficoltà e dignità
Dopo il lutto, Paola ha avuto la fortuna di trovare una porta aperta: il suo datore di lavoro le ha dato la possibilità di tornare.
Ma ricominciare non è stato facile.
Quasi vent’anni di esperienza alle spalle, eppure si sentiva come una neo assunta, come se il tempo speso ad accudire una madre non fosse servito a nulla, come se quel lavoro invisibile, fatto di amore e costanza, non avesse alcun valore nel mondo del lavoro.
Eppure, Paola non si è lasciata abbattere, ha ricominciato da capo con umiltà, con fatica ma anche con la forza di chi sa di aver fatto ciò che era giusto.
Perché conciliare carriera e cura dei genitori va riconosciuto
Il lavoro di cura resta o caregiver oggi uno dei più grandi non detti della nostra società.
È un impegno continuo, quotidiano, che spesso ricade sulle spalle delle donne, anche quando non sono madri: figlie, sorelle, nipoti, donne che si prendono cura, che mantengono in piedi le famiglie, che fanno da rete emotiva e logistica, ma quando si parla di lavoro, tutto questo scompare. Non c’è curriculum che lo riconosca.
Eppure conciliare carriera e cura dei genitori è una delle forme più complesse di project management esistenti.
Gestione del tempo, empatia, problem solving, pianificazione: tutto entra in gioco, ogni giorno.
Conclusioni
La storia di Paola non è un’eccezione, è la regola silenziosa di tante donne che, ogni giorno, fanno scelte simili.
Donne che sospendono sogni, ambizioni, carriere, per dare spazio a un altro tipo di amore un amore che non si misura con il tempo, ma con la qualità della presenza.
Le storie condivise non alleggeriscono il carico… ma lo rendono meno solitario.
Donne che, anche senza figli, sono madri nel senso più profondo: generano vita, sicurezza, conforto.
OTTIMIZZAZIONE A CURA DI CRISTINA CASALI
Sono una mamma multitasking, bancaria da 27 anni e con una passione per il copywriter, i viaggi e la creatività. Tra lavoro, famiglia e mille passioni (e impegni) cerco ogni giorno di trovare l’equilibrio perfetto…o quasi!.




Lascia un commento